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IL TEMPIO METODISTA

IL TEMPIO METODISTA DI VIA XX SETTEMBRE

(di Franco Chiarini)

1. Architettura e templi protestanti a Roma

A fianco di quelle costanti attenzioni di carattere teologico e storico, occorre segnalare come recentemente un nuovo interesse venga rivolto nei confronti della presenza protestante: quella dedicata all’aspetto architettonico dei suoi templi.

Potrà apparire un interesse singolare: ma a ben riflettere, tralasciando le poche notizie che si possono trarre dalle pubblicazioni che la casa editrice ”Claudiana” ha recentemente dedicato alle Valli Valdesi, dove tutto sommato il discorso relativo ai luoghi di culto si colloca sullo sfondo della storia del costume, delle tradizioni, del folklore valligiano, viceversa, per ciò che riguarda i grandi centri urbani, sembrano mancare studi specifici sull’aspetto architettonico dei singoli templi protestanti, alcuni dei quali rivestono un interesse tutto particolare ed il cui esame dovrà, oltre che ravvisare i caratteri decorati vi e architettonici propri di ognuno di essi, tenere pure conto del complesso urbanistico nell’ambito del quale sorsero. In tal senso, per ciò che riguarda Roma, il discorso è stato affrontato, e continua tutt’ora, da parte dell’Architetto Pierluigi Lotti, che in tre studi apparsi su “Alma Roma”, bollettino bimestrale dell’omonima associazione culturale, ha esaminato dapprima il tempio valdese di Piazza Cavour, poi la chiesa presbiteriana di Sant’Andrea, ed infine il nostro tempio metodista di via XX Settembre. Da essi apprendiamo che alla facciata neogotica dell’edificio presbiteriano fa riscontro lo stile “liberty” di quello valdese: circa trent’anni separano infatti le due realizzazioni, e alla richiesta del perché di questo interesse, l’ Arch. Lotti ha risposto affermando che nel tessuto urbanistico di Roma anche i templi acattolici, e in particolare quelli protestanti, ricoprono una loro importanza, dovuta soprattutto al fatto che essi sorsero in un ben preciso periodo, coincidente, come si sa, con l’unione di Roma al Regno d’Italia.

E’ con piacere che utilizziamo gli studi che Lotti ci ha gentilmente concesso, inerenti non solo l’edificio che ospita il nostro tempio, ma anche tutto ciò che esisteva prima della sua costruzione, integrandoli con altre letture sulle vicende urbanistiche di Roma.

2. Contesto urbano

La zona di nostro interesse, comprendente il colle del Quirinale, era fin dall’antichità molto importante: inclusa nella VI regione della città, era attraversata in tutta la sua lunghezza da un antico asse viario denominato Alta Semita, corrispondente all’attuale via XX Settembre – Via del Quirinale, ed in seguito chiamata Strada Pia per i lavori di sistemazione operati sotto Pio IV al quale venne dedicata anche la porta da cui iniziava la strada, Porta Pia, mentre il fondovalle era occupato dal Vico Longus corrispondente all’odierna Via Nazionale.

L’importanza della zona era pure testimoniata dai vari edifici esistenti: luoghi di culto come il tempio di Serapide, il tempio di Flora, il mitreo Barberini; impianti termali come le terme di Diocleziano, nonché vari stanziamenti residenziali: abitavano qui, infatti, personaggi come Pomponio Attico, Sallustio, Vespasiano, Marziale.

In seguito Sisto V, costantemente occupato alla soluzione del problema urbanistico di Roma, migliorò la Strada Pia “concedendo con una bolla del 1587 speciali agevolazioni a chi avesse fabbricato in questa strada”. Evidentemente orti e vigne dovevano essere numerosi nella zona e lungo la Strada Pia, come del resto in molte altre parti di Roma, quale eredità della contrazione demografica del periodo medievale, ed il paesaggio non doveva subire sostanziali rettifiche se non a partire dal 1870 in seguito alla necessità di adeguare la struttura urbana della città alle nuove esigenze della capitale: e sarà proprio la vecchia Strada Pia, ribattezzata Via XX Settembre, a ricordo dello storico evento di Porta Pia, ad assunse la funzione di “asse direzionale” della capitale del Regno così come il progetto del Piano Regolatore del 1881 prevedeva. Infatti, se alcuni ministeri poterono insediarsi in un primo tempo in edifici già appartenenti al cessato dominio pontificio o presso la sede di conventi, era peraltro evidente la provvisorietà di queste soluzioni, tenuto conto anche del fatto che “la costruzione di nuovi edifici per la pubblica amministrazione doveva afferrare la volontà di trasformare ed elevare il tono della nuova capitale”.

Convinto assertore di tale principio era il ministro Sella, allora titolare del dicastero delle Finanze; non per nulla già nel 1872 iniziarono i lavori per la costruzione del grande edificio che doveva ospitare appunto il ministero delle Finanze, terminato nel 1876. Altri ministeri dovevano sorgere lungo la stessa via, divenuta ormai rappresentativa della nuova Roma capitale e che collegava Porta Pia al palazzo del Quirinale da poco strappato al pontefice. Fra questi ultimi, è di nostro particolare interesse il ministero della Guerra, oggi della Difesa, in posizione laterale al nostro tempio, e i cui lavori portarono alla demolizione, nel 1884, di alcune chiese da poco sconsacrate: il monastero delle Carmelitane Scalze con la chiesa di S. Teresa, il convento delle Carmelitane di S. Maria dei Pazzi, dette le Barberine, la chiesa dell’Incoronazione; rimaneva eretta la sola chiesa di S. Caio, allineata con l’edificio del ministero in costruzione, entrambi affacciati su Via XX Settembre. Ma anche questa chiesa, nel 1885, venne inesorabilmente demolita per cedere spazio alla nuova Via Firenze e, sull’area cosi ottenuta, verrà costruito in breve tempo l’edificio e il tempio metodista episcopale di Via XX Settembre.

3. Situazione preesistente

Prima di passare al nostro tempio, sarà opportuno spendere alcune parole sulla piccola chiesa dove esso sorse. La chiesa dedicata a S. Caio in Via XX Settembre è ricordata da vari autori dei secoli XVIII e XIX: l’Armellini, ad esempio, scrive fra l’altro: “Alla stessa sorte delle altre due (S. Charia e S. Teresa) non isfuggì questa chiesa, che fu abbattuta da due anni appena (cioè nel 1885, n.d.c.) col suo monastero, per la fabbrica del Palazzo del Ministero della Guerra e per l’apertura della via laterale (via Firenze, n.d.c.). Era addossata ad avanzi di alcune antiche costruzioni dei secoli III e IV, delle quali si veggono ancora le tracce che accennano evidentemente a un nobile e grandioso edificio romano. Fu riedificata nel 1631 da Urbano VIII sulle tracce dell’antichissimo ‘titolus Gai’ “. Un autore del ‘700, il Titi, cita gli architetti Paparelli e Vincenzo della Greca – quali realizzatori del restauro della chiesa, che era pure ornata con dipinti di G.B. Speranza, del Camassei di Mario Balassi, mentre il Melchiorri ricorda che sotto l’altare principale furono collocate le reliquie del santo. La chiesa, a semplice pianta rettangolare, era caratterizzata da una graziosa facciata e dal piccolo campanile con cupoletta a padiglione; e, a proposito degli “avanzi di alcune antiche costruzioni” ricordati dall’Armellini, cosi ha recentemente scritto Giuseppe Scarfone: “Non molto distante da questo Mitreo (si tratta del Mitreo Barberini. n.d.c.) ne esisteva un altro, ugualmente dipinto, ma di cui sono tornate in luce soltanto alcune tracce. Sorgeva nel luogo dove venne edificata la chiesa dedicata a S. Caio. Gli antichi ruderi di cui parla l’Armellini sono gli avanzi della ‘Domus Nummiorum’, la casa di Nummius Albinus, console nel 345 d.C. con il ramo collaterale dei Numimii Tusci, di cui alcuni avanzi, in elevato, erano ancora visibili alla fine del secolo scorso sulla via Firenze in prossimità di via XX Settembre. Fu appunto in un ambiente sotterraneo di questa casa che venne ricavato il Mitreo e di cui tornarono in luce avanzi di affresco raffiguranti Mitra “Teuroctono”.

Dunque l’edificio metodista non è che la più recente delle costruzioni site in quel luogo, a cominciare dalla dimora di Nummii ed il mitreo sotterraneo, di una prima chiesa di S. Caio nel V secolo e successivamente ricostruita nel 1631 da Urbano VIII con il convento annesso, ed infine l’edificio metodista. La stessa chiesa di S. Caio, inoltre, fa da sfondo ad un celebre acquarello di Roesler Franz (1845-1907), firmato e datato 1876: è quindi una delle ultime rappresentazioni della chiesa quando ancora non era in costruzione la fabbrica del ministero della Guerra. Cosi ne parla U. Barberini: “l’antico Vicolo Sterrato – ora Salita San Nicola da Tolentino – era uno di quegli angoli ‘pittoreschi’ che facevano la delizia di un’intera generazione di artisti in cerca di motivi da ritrarre all’acquerello per i ‘souvenirs’ da vendere agli stranieri. Anche il museo di Roma ne possiede uno intitolato ‘Il Pino Barberini’, facente parte della serie ‘Roma sparita’ di R. Franz. La stradina lunga e stretta – vista in salita – aveva per fondale l’architettura barocca e la chiesetta di S.Caio – a sinistra la costruzione rustica di un fienile – a destra la cupola verde di un gran pino secolare che con la sua ombra violetta attenuava il candore di una colossale statua di Apollo, ornamento di una monumentale fontana” – statua trasferita nel giardino Barberini ed attualmente posta in asse con la grande rampa centrale.

4. Progetto di una sede metodista in Via XX Settembre

A seguito delle vicende politiche che portarono a compimento l’unificazione italiana e l’annessione di Roma al giovane Regno d’Italia, anche la chiesa metodista episcopale americana decide di iniziare nella penisola un’attività di predicazione. Era questo uno dei rami in cui il movimento di risveglio cristiano nominato “metodismo” e promosso nell’Inghilterra del ‘700 per opera di John Wesley, si era suddiviso alla fine di quel secolo e che aveva originato, negli appena costituiti Stati uniti d’America, una chiesa metodista staccata dalla Madre patria: d’altra parte, il Metodismo in Inghilterra conservava ancora lo stato fluido di movimento, senza costituire, come avvenne dopo qualche decennio, una chiesa alternativa a quella Anglicana. Nel 1873 il “Board of Foreign Mission”della Chiesa Metodista Episcopale inviava in Italia il pastore Leroy Monroe Vernon (1838-1896). Dopo essersi trattenuto per un anno a Modena e a Bologna per i primi contatti con la realtà italiana, nel 1874 decise di puntare direttamente su Roma, acquistando un locale in Piazza Poli, subito adibito a cappella.

Nel giro di pochi anni, altre numerose chiese, un gran numero di opere sociali fiorì in molte città, segno di notevoli mezzi a disposizione, uniti ad una particolare attenzione verso le esigenze del popolo italiano: nella sola Roma,nel 1883, viene inaugurato l’Istituto Metodista femminile e nel ’90 quello maschile; nel 1893 viene trasferita da Firenze la Scuola Teologica; seguono la casa di riposo per ex-preti, l’asilo Isabella Clark, e nel 1890 il prestigioso Istituto Crandon in via Veneto.

Occorreva perciò uno stabile dove insediare gli uffici amministrativi di tali attività, ai quali bisognava aggiungere la casa editrice “la Speranza” oltre che, ovviamente, un nuovo tempio. Proprio l’area dove sorgeva la chiesetta di S.Caio, lungo la via XX Settembre all’angolo con via Firenze, sembrava rispondere alle esigenze, tanto che il reverendo Willia Burt, nuovo responsabile dell’opera episcopale dopo Vernon, l’acquistò il 30 maggio 1891. La realizzazione del fabbricato richiedeva un’attenzione particolare proprio per il fatto che esso doveva concentrare i vari settori di lavoro dell’opera episcopale: il tempio, anzi due, uno italiano, l’altro americano, lungo via Firenze; la casa editrice; la Scuola Teologica ed il relativo convitto; gli alloggi dei professori; l’amministrazione generale. Il tutto sulla ragguardevole area di 1400 metri quadrati.

Per il progetto furono interpellati vari architetti, ed infine la scelta cadde su Rodolfo Buti, alla cui opera, però, non dovette essere estranea la diretta influenza dell’Arch. Carlo Busiviri-Vici (1856). Infatti, nonostante che appaia sempre la firma del Buti, l’edificio è noto come opera di Carlo Busiviri-Vici: costui, appartenente ad una famiglia di architetti, aveva già una buona esperienza di progetti edili in Roma, in un periodo, come s’è visto, di notevole espansione urbanistica. Suoi sono infatti il palazzo Giorgioli (1886) ed il Palazzo Guerrieri (1888) lungo la via Cavour; il Notre Dame des Oiseaux a Piazza Galeno (1900); il Palace Hotel in via Veneto (1902); il Palazzo Simonetti in via M. Dionigi e molti altri ancora.

La firma del Buti, comunque, appare nelle richieste presentate all’Ispettorato Edilizio, cosi come sono conservate nell’Archivio Capitolino, Fondo Titolo 54. la richiesta di licenza edilizia è presentata il 13 maggio 1893:

Ecc.mo Sindaco di Roma, La “Società Missionaria per la Chiesa Metodista Episcopale”, desiderando erigere in Roma, sul terreno di sua proprietà situato in angolo fra la via Firenze e la via XX Settembre, un fabbricato con annessa chiesa, fa istanza alla S.V. Illma. per ottenere le relativa licenza di costruzione. Il costruttore di detto edificio sarà il Sig. Enrico Desirti e C., domiciliato in Roma – P.zza Manfredo Fanti n. 142; il sorvegliante dei lavori sarà il Sig. Eduardo Ruspantini, domiciliato in via Labicana n. 8. L’edificio sarà compiuto nel termine di anni due e in conformità dei disegni che si allegano. Per la Soc. Miss. della Chiesa Episcopale William Burt.Ing. R. Buti

5. L’inaugurazione del tempio

Finalmente i lavori hanno inizio, con alcune modifiche rispetto al progetto presentato. Nel settembre del ’93 viene posta la prima pietra dal vescovo Vincent; dopo otto mesi le fondazioni sono completate ed il 9 maggio 1894 viene posta la pietra del cantone alla presenza del vescovo Newmann. A due anni dalla posa della prilla pietra, il tempio viene inaugurato solennemente dal vescovo Fitzgerald il 20 settembre 1895.

Evidentemente quella data non fu casuale: essa segnava i primi venticinque anni da quandola città era stata riconsegnata, finalmente, all’Italia, anzi, al mondo intero, dopo secoli trascorsi sotto l’oppressione pontificia ed il corteo che quei giorno ripercorreva, lungo la Via XX Settembre, il tragitto già percorso dai bersaglieri venticinque anni prima esprimeva, oltre l’entusiasmo dei metodisti episcopali che inauguravano lungo quella via il loro tempio, anche quello dei molti evangelici presenti. Con i superstiti dei detenuti politici delle carceri pontificie, con gli esponenti di varie associazioni liberali, sono molti quelli che inneggiano agli evangelici a motivo della “libertà di coscienza”.

Non sarà inutile riportare alcune righe da “l’Evangelista”, settimanale metodista episcopale, dove nel numero del 20 settembre 1895 la coincidenza dei due avvenimenti sembra essere assunta a livello di paradigma storico. Infatti, dopo la presentazione del nuovo tempio da parte del pastore Felice Dardi ed il saluto della comunità italiana di Filadelfia, nell’articolo “Il nuovo Tempio e il XX settembre”, Costantino To111 così scrive:

“Sembrerebbe a primo aspetto non esservi relazione alcuna fra l’inaugurazione di un tempio evangelico e la celebrazione solenne della presa di Roma per le armi italiane, tornata cosi capitale d’Italia. Tuttavia, chi ben guardi, la relazione vi è, e più stretta ed intima di quello che potrebbe avvisarsi da men avveduto osservatore. Roma, infatti, decadde per l’abbandono del concetto evangelico che trasmutò nel concetto papale. E se il 20 Settembre risorse essa lo deve al ritorno del concetto evangelico (…) La data del 20 Settembre ha il significato storico di aver coronata la libertà ed unità italiana col far nostra la capitale dei Papi. (. . .) trescando col Vangelo del Vaticano si torna al Medio-evo, a servitù e al disfacimento dell’Italia: che se voi festeggiate questo avvenimento solenne, lo dovete ai princìpi che da questo tempio si proclamano, a quel Cristo che in questo tempio si annunzia e si adora.

Nello stesso numero, G.B. di Brancaccio (probabilmente uno pseudonimo) scriveva violentemente sulla “Caduta di Babilonia”, mentre il pastore Vittorio Beni paragonava l’uniliante Enrico IV a Canossa con l’esaltante ingresso di Vittorio Emanuele II a Roma attraverso la celebre breccia. Potrà apparire strano che stati d’animo cosi accesi fossero ancora presenti in molti evangelici italiani: dopotutto, Roma era stata tolta al papa ed una certa libertà era garantita. Eppure, proprio quelle situazioni portavano ancora a fiere contrapposizioni, giacché la tanto auspicata Riforma del popolo italiano non trovava realizzazione a causa di quella pesante “mentalità cattolica” così dura a morire, mentre gli episodi di intolleranza che ancora si manifestavano verso gli evangelici erano il segno di quella “spada di Damocle” minacciosa sul loro capo e dovuta ad una libertà di coscienza non completamente garantita.

6. Architettura del tempio

Tornando al nostro tempio, si nota che, dal punto di vista architettonico, il primo elemento della facciata che Lotti pone in risalto è costituito dall’ordine gigante di lesene bugnate comprendente il pianoterra ed il primo piano: in tal modo l’edificio, in stile del tardo ‘500, assume un aspetto di elegante maestosità, ed il motivo delle lesene, stavolta semplici, è ripreso nel secondo e terzo piano, più bassi dei precedenti, con alla sommità un capitello corinzio, mentre il quarto e ultimo piano è caratterizzato da un agile motivo ternario ad archetti.

Al piano terreno trovano posto dieci alte finestre (otto lungo via Firenze e due su via XX Settembre): sono bifore a tutto sesto, anche queste dal contorno bugnato. La lesena è quel leggiadro risalto del muro in posizione verticale, con funzione prevalentemente decorativa: presente fin dall’antichità è soprattutto dal Rinascimento in poi che essa ebbe un larghissimo impiego, dovuto al fatto di suddividere in telai rettangolari il prospetto delle costruzioni, caratteristica archittettonica di quel periodo, e che sarà ancora ripresa nel Seicento, quando alla ricerca di nuovi effetti plastici di grande rilievo, molti architetti accoppiarono le lesene con colonne libere: caratteristiche, infatti, sono le lesene del Palazzo della Cancelleria (1400), nonché del Palazzo dei Filippini (1600).

Il bugnato, invece, è l’insieme di quei risalti (bugne) lasciati ad arte nelle pietre delle facciate di un edificio per accentuare la disposizione dei conci. Presto queste sporgenze furono adottate come procedimento architettonico e decorativo per gli effetti di luci ed ombre da esse prodotte, che toglievano nudità al muro aggiungendo robustezza e solidità all’insieme architettonico. Col Rinascimento anche il bugnato acquistò grande importanza, spesso utilizzato attorno ai portoni ed agli angoli degli edifici: singolari sono le bugne a punta di diamante, come pure le grandi bugne a bozze del Palazzo di Giustizia di Roma.

Tornando ancora al nostro edificio, la facciata lungo la via XX Settembre comprende l’ingresso del tempio, evidenziato da un grande portale in legno (recentemente costruito) preceduto da un cancello, e da un timpano triangolare sorretto da due colonne abbinate anche qui a lesene, Mentre il progetto conservato presso l’Archivio Capitolino prevedeva un grande arco a tutto sesto sopra il timpano, in corrispondenza del terzo piano, che non fu realizzato, cosi come le due piccole torri alla sommità dell’edificio.

Anche per l’Interno del tempio vengono riproposti gli elementi già noti: è ripresa la scansione con lesene corinzie sovrapposte, poggianti su un alto basamento e che sorreggono a loro volta un ballatoio o matroneo a ferro di cavallo. le finestre sono bifore a tutto sesto, con colonne di granito. capitelli e basi di marmo bianco, mentre lo zoccolo basamentale è in granito di Beveno; il soffitto è finemente lavorato con eleganti motivi circolari fra loro uguali, suddivisi in quindici riquadri da larghi settori corrispondenti alle lesene laterali. Il motivo delle lesene, semplici e bugnate, unito allo stile corinzio delle colonne, conferiscono slancio ed eleganza a questa costruzione, pur nella sua maestosità. Mentre il timpano che sovrasta l’ingresso del tempio sembra ricordare la severità propria di un luogo di culto.

7. Decorazioni e vetrate

Sempre per ciò che riguarda l’interno del tempio, è doveroso fermare l’attenzione sulle vetrate e sulle decorazioni parietali disegnate da Paolo Paschetto nel 1924. Questi, nato a Torre Pellice nel 1885, si era iscritto nel 1904 all’istituto di belle Arti di Roma e ben presto aveva iniziato a riscuotere successi nel campo della grafica e della decorazione. Nel 1905 vinse il primo premio ad un concorso di decorazione artistica bandito da “La tribuna di Roma”, mentre nel 1907, con un collega, quello per il nuovo biglietto da 5 lire; nel 1911 realizzò alcune decorazioni: il Salone degli stemmi, la sala dei Cimeli Garibaldini, due sale del ministero degli Interni.

Nel 1914 realizza le vetrate del nuovo tempio valdese di Piazza Cavour, al quale seguiranno altre decorazioni per le chiese battiste di Civitavecchia, Chiavari, Altamura, Roma (via Urbana e Piazza in Lucina); realizza fra il 1921 e il ’22 i disegni per alcuni francobolli e nel 1939, in occasione del 250°anniversario del “Glorioso rimpatrio” dei Valdesi, affresca l’abside della sala sinodale a Torre Pellice, la celebre quercia che affonda le radici nella roccia. Nel 1947 vince il concorso bandito dalla Costituente per l’emblema della Repubblica: sarà lo “stellone” di Paschetto. Nel 1924 Paschetto disegna le vetrate del tempio metodista di via XX Settembre: la realizzazione è di Cesare Picchiarini. ed i due nomi sono riportati, in piccolo, in basso, sulla prima vetrata di destra.

Rispetto alle vetrate del tempio valdese, queste, pur riprendendo temi e simboli cristiani (cfr. lo scheda seguente), se ne differenziano per l’aspetto più geometrico, meno floreale ed involuto; le sezioni che le compongono sono più ampie, meno minuziose, rendendo un effetto di maggiore sobrietà, mentre è da notare che le vetrate di destra ricevono luce naturale dall’esterno e quelle di sinistra da un’illuminazione artificiale.

Le suggestive decorazioni parietali sono costituite da due grandi pannelli affrescati ai lati dell’ingresso, raffiguranti l’uno un roveto ardente, l’altro una croce con gigli. Le decorazioni sullo sfondo rappresentano due gruppi di cherubini mentre sorreggono le scritte di Isaia 6:3.

TEMI ICONOGRAFICI

Alcune raffigurazioni sono presenti nelle catacombe e vengono quindi dal cristianesimo primitivo. I richiami ai motivi biblici rappresentano una specie di predicazione per simboli. Dalla prima finestra a destra:

Cristogramma. E’ il segno con cui i primi cristiani si riconoscevano tra loro (prima ancora della croce).

Colomba. E’ l’animale che annuncia la fine del diluvio, ma è anche il simbolo più classico dello Spirito Santo.

Giglio. Un significato è la purezza (cfr. anche sotto).

Agnello. Richiama l’immagine di Gesù, in particolare dall’Evangelo di Giovanni e dall’Apocalisse.

Ancora. Simboleggia la fiducia in Dio e la speranza del credente.

Lampada. E’ la proclamazione della Parola, fonte di luce che non deve mai essere nascosta.

Palma. Un riferimento alla pianta che non smette mai di crescere, ma anche all’oasi che si trova in mezzo al deserto.

Arca. E’ il ricordo della salvezza di Dio (l’arca di Noè). Prefigura anche il battesimo.

Pruno ardente (affresco). Cosi Dio si presentò a Mosè.

Manna e gigli (affresco). sono le manifestazioni del soccorso di Dio nell’Antico e nel Nuovo Testamento.

Pane e vino. Rappresentano l’ultima cena di Gesù.

Nave. Vari passi biblici parlano della nave in balla delle onde, ma la salvezza viene per mezzo di Gesù.

Città sul Monte. Nel sermone sul monte non può rimanere nascosta; nella nuova creazione ricorda la Gerusalemme celeste.

Vite. E’ il segno del legame con Gesù, secondo l’Evangelo di Giovanni.

Candelabro. Anche in questo caso ci si riferisce alla comunità, vista nella sua prospettiva cuItuale.

Pavone. L’unico simbolo non strettamente biblico. Dal significato pagano di immortalità, simboleggia la vita eterna.